Negli Stati Uniti milioni di persone dichiarano di sentirsi cronicamente sole. In questo contesto, l’idea di pagare qualcuno per farsi fare compagnia non appare più come una fantasia distopica, ma come una declinazione estrema — e forse inevitabile — di un’economia che ormai monetizza quasi ogni forma di servizio, inclusa la presenza.
È anche per questo che Rental Family, uscito nelle sale americane lo scorso novembre e in arrivo in Italia il 19 febbraio, risuona oltre la specificità della sua ambientazione giapponese. Il film di Hikari immagina — ma si ispira a una pratica reale — un’agenzia che fornisce attori per interpretare familiari e amici nella vita quotidiana: padri temporanei, colleghi sostitutivi, invitati a matrimoni. Non comparse, ma figure incaricate di colmare assenze.
Il protagonista, Phillip Vanderploeg, Brendan Fraser, è un attore americano che vive a Tokyo da anni. Il suo unico momento di notorietà risale a uno spot pubblicitario: abbastanza per alimentare l’idea di una carriera, non abbastanza per costruirla davvero. Quando gli viene offerto un lavoro come “americano triste” all’interno di una società di famiglie a noleggio, accetta per necessità. L’assurdità iniziale lascia presto spazio a qualcosa di più complesso.
Durante il suo primo incarico — un matrimonio messo in scena — Phillip si lascia coinvolgere al punto da perdere il controllo del ruolo. È in quel momento che il film mette a fuoco il suo nucleo: la recitazione smette di essere protezione e diventa esposizione. Se un’emozione è autentica, importa davvero che il contesto sia costruito?
Hikari costruisce il racconto attorno a questa frattura. Non le interessa smascherare la finzione, ma osservare cosa produce. Phillip diventa il padre di Mia, una ragazza che ignora la natura contrattuale di quel rapporto. Per lei non è un ruolo: è un vuoto che si riempie. Per lui è un equilibrio precario tra professionalità e coinvolgimento. È un “finto” padre che deve imparare a non esserlo del tutto.
Parallelamente, il film introduce un ex attore anziano che sta perdendo la memoria. Anche in quel caso la performance diventa un modo per restituire dignità, per accompagnare qualcuno dentro i propri ricordi. Non c’è ironia crudele in queste situazioni. Piuttosto, una malinconia composta.
Fraser sceglie la via dell’understatement. Dopo l’intensità trasformativa di The Whale, qui lavora in sottrazione: sguardi trattenuti, pause, una gentilezza che sembra sempre sul punto di incrinarsi. È una prova meno appariscente ma più stratificata. Phillip non è un eroe né una vittima: è un uomo che impara quanto sia costoso offrire sé stessi agli altri.
Rental Family mette in discussione una distinzione che diamo per scontata: quella tra autentico e artificiale. Se una relazione costruita riesce comunque a produrre cura, forse la linea che separa verità e recita è meno netta di quanto immaginiamo. E in un’America che continua a interrogarsi su cosa significhi appartenenza, questa domanda supera i confini dello schermo.




