È la prima serata di Filming Italy Los Angeles, giunto alla sua undicesima edizione e organizzato da Tiziana Rocca. L’evento inaugurale si è svolto all’Istituto Italiano di Cultura, alla presenza del direttore Emanuela Amendola e della Console Generale Raffaella Valentini. Ad aprire il festival è stato il docufilm del Maestro Giovanni Allevi, Back to Life, un’opera intensa che racconta la luce possibile anche dentro la sofferenza. Ecco l’intervista integrale al Maestro.
Maestro, qual è il cuore del docufilm Back to Life?
È bellissimo quando, a un certo punto, si capisce che anche nel buio e nella sofferenza può esserci una luce e un senso. Questo è il fulcro del film: va molto oltre il racconto della mia vita artistica e risponde a una precisa finalità sociale, cioè riuscire a raccontare la luce dentro al buio e regalare un po’ di speranza e sollievo a chi sta affrontando un momento di difficoltà.
Il progetto nasce dalla parola “mieloma” trasformata in musica. Che melodia è?
Quando ho ricevuto la diagnosi, invece di chiedermi se sarei sopravvissuto, mi sono chiesto a quali note corrispondessero le sette lettere della parola “mieloma”, usando un procedimento già utilizzato da Bach nel 1750. Ne è nata una melodia romantica, in cui il labbemolle porta con sé una malinconia dolce. Nel film, però, le emozioni più forti sono la gratitudine e la riscoperta dell’essenza della vita.
Di fronte alla malattia, quale scelta ha fatto?
Quando arriva un’esperienza così dolorosa abbiamo due possibilità: abbandonarci alla disperazione oppure cercare una strada diversa, quella della gratitudine. Io ho scelto questa via e ho scoperto che essere grati significa vivere pienamente, vivere intensamente.
Che valore ha presentare questo docufilm a Los Angeles, patria del cinema?
Questo lavoro vuole volare altissimo, andare molto in profondità e proporre un messaggio attraverso una narrazione nuova. Sono davvero felice di poterlo presentare al pubblico internazionale e americano, qui a Los Angeles, cuore del cinema mondiale.
Qual è il messaggio che il film porta oltreoceano?
Il docufilm non è solo il racconto della mia storia: risponde a una finalità sociale e filosofica. È possibile scorgere una luce nel buio? Essere felici nella sofferenza? Trovare un senso al dolore? Il film risponde di sì a tutte queste domande.
Che ruolo ha la musica in questo percorso?
Durante la degenza all’Istituto dei Tumori di Milano ho composto, sul letto d’ospedale, un concerto per violoncello e orchestra intitolato MM22. In quelle note ho trasformato angoscia, paura, speranza, tensione verso l’infinito e gratitudine. Il docufilm nasce proprio dal racconto della prima prova di quel concerto.
Riceverà un premio all’apertura del festival. Che significato ha per lei?
Sono orgogliosissimo e voglio dedicarlo a tutte le persone che stanno vivendo un momento di difficoltà, affinché possano ritrovare forza e speranza entrando in un’ottica non di disperazione, ma di poesia.
Quanto sono importanti festival come Filming Italy per la cultura italiana nel mondo?
Questo festival nasce da una passione autentica per sostenere il cinema e la creatività italiana negli Stati Uniti e nel mondo. Sono orgoglioso di far parte, anche solo per un momento, di questa straordinaria energia creativa.
Cosa vede nel suo futuro?
Le statistiche, in queste malattie, dicono che il futuro non può spingersi troppo in là. Io però non credo alle statistiche: penso al futuro come a un presente allargato, da vivere con la massima intensità, dove ogni alba è una promessa e ogni tramonto un arrivederci.




