Imbruttita e invecchiata ad arte col trucco: Valeria Golino si mostra così nel suo nuovo film da attrice, La Gioia. Eppure, neanche per un istante perde il fascino del suo sorriso.
Il film, diretto da Nicolangelo Gelormini è uscito nelle sale italiane il 12 febbraio, prodotto da Viola Prestieri e Nicola Giuliani con Ht Film, Indigo Film e Vision Distribution in collaborazione con Sky. È liberamente ispirato a un caso di cronaca che dieci anni fa sconvolse l’Italia, quello di Gloria Rosboch, l’insegnante piemontese uccisa da un suo ex allievo. Valeria, che qui ci offre un’interpretazione davvero straordinaria, ha il ruolo della protagonista, Gioia, una professoressa di mezza età, dimessa e quasi invisibile, che finisce per innamorarsi di uno studente che in realtà vuole solo sfruttarla (lui è Saul Nanni) e che alla fine le toglierà la vita.
Chi è Gioia, la donna a cui presta il volto in questa narrazione?
Una persona che non hai mai provato la gioia di essere amata, guardata, desiderata, e che per la prima volta crede che questo sia possibile. E dunque non vuole assolutamente perdere la sua occasione, anche se ha abbastanza esperienza e cultura per rendersi conto che nella relazione con questo ragazzo tanto più giovane di lei c’è qualcosa che non va.
Questo personaggio di donna invisibile che non conosce l’amore è in realtà esattamente all’opposto di quella che è lei, Valeria. Come ha lavorato per renderlo così intenso e credibile?
La costruzione del personaggio è stata laboriosa, lunga, e attenta: abbiamo creato una sorta di “maschera” grazie al lavoro di un intero team, il truccatore Maurizio Fazzini, la costumista Antonella Cannarozzi, il parrucchiere Marco Perna, la coach piemontese che ha lavorato per aiutarmi nell’accento, Tatiana Lepore. Questa accurata preparazione tecnica, anche se in qualche modo esteriore al personaggio, per me ha funzionato come una sorta di veicolo liberatorio. E mi ha consentito di dare vita a Gioia, nella sua “invisibilità”, attraverso un percorso in cui la mia anima si è unita alla sua.

E col regista Gelormini, che l’ha diretta, come si è trovata?
Lo sguardo di Nicolangelo è sempre stato attentissimo, pieno di tenerezza e allo stesso tempo lucido, a volte addirittura spietato. Rispetto ai suoi attori lui è sempre estremamente accogliente, ti crea una rete nella quale tu ti puoi muovere e tuttavia sai che puoi saltare, perché male che vada qualcuno ti prenderà, anche se sbagli, anche se sei al tuo peggio. Questo è stato il nostro modo di lavorare insieme.
La gioia come sentimento da cui scaturisce il sorriso, tema portante del film a tanti livelli diversi, che cos’è per Valeria Golino?
Credo che la gioia abbia sempre a che vedere con qualcosa che riguarda l’esterno e che riesci tu, in quel momento, a rendere tuo. Una sensazione di potenziamento del tuo essere, che ti fa sentire un po’ di più, un modo di percepire quello che ti sta succedendo, di accoglierlo, di vederlo. Di sorridere all’altro, non solo agli esseri umani, ma al tutto. Un momento in cui possiamo essere totalmente aperti e senza sovrastrutture, e in cui ci sentiamo belli, più belli di noi.
