Febbraio è il mese della Fashion Week ed è proprio New York, parte delle “Big Four”, a dare il via alle quattro settimane della moda; a seguire Londra, Milano e Parigi. Tra un taxi e l’altro, modelle e celebrities vengono fotografate avvolte in abiti iconici, trasformando marciapiedi e strade in scenari di stile.
Ma quando e come è nata la settimana della moda newyorkese? Ne avevamo già parlato in un articolo di settembre, ma andiamo più nello specifico.
Le sue radici affondano nel lontano 1943, quando Eleanor Lambert, influente pubblicista di moda, concepì la prima “Press Week”. La mossa fu suggestiva: in un contesto senz’altro particolare (ricordiamo che la Seconda Guerra Mondiale rendeva ben improbabile ai buyer americani l’idea di un viaggio a Parigi) cercò di scostare l’attenzione internazionale dalla Francia per rilanciare l’America. Dagli anni Cinquanta l’evento prese il nome di “Press Week of New York”, finché, soltanto nel 1993, è stato riconosciuto come “New York Fashion Week”.
Eleanor Lambert svolse un ruolo molto importante nello sviluppo culturale e istituzionale del settore. Fu l’ideatrice del CFDA (Council of Fashion Designers of America) nel 1962, la prima press director del Whitney Museum, instaurò il Coty Fashion Critics Award, ideò nel 1948 il Met Gala e l’International Best Dressed List (dove per la prima volta nella storia venne dato un punteggio ai look indossati dalle varie celebrities), partecipò anche alla fondazione del MoMA.
Il Dipartimento di Stato americano, tra gli anni cinquanta e sessanta, la incaricò di sostenere la diffusione della moda statunitense all’estero. Fondamentale fu anche l’introduzione del Fashion Calendar, ideato da Ruth Finley per mettere ordine nel caos determinato dalle sovrapposizioni dei vari eventi di moda. Il progetto nacque in occasione di una semplice conversazione fra amici, i quali si lamentavano appunto della concomitanza di due sfilate importanti, quella di Saks Fifth Avenue e quella di Bergdorf Goodman. Da quell’intuizione prese forma un calendario settimanale centralizzato, che elencava tutti gli appuntamenti di moda della città. Il Fashion Calendar, stampato in rosa e con copertina rossa, presto diventò un’icona, considerato “la bibbia” della New York Fashion Week. Venne acquisito dal CFDA nel 2014 per la sua importanza strategica nell’industria della moda
Tra le storiche location della NYFW, nel 1994 si decise di organizzarla al Bryant Park, per poi spostarla nel 2010 al Lincoln Center for the Performing Arts. Attualmente non c’è un’unica location, i fashion show hanno luogo in diverse aree della città.
Chi come me lavora nel settore moda sa che è un mestiere bellissimo ma difficile, richiede dinamicità, tempi ristretti, creatività, innovazione, sacrificio, meticolosità. È una “macchina” sempre in funzione.
Ogni volta che guardo una sfilata penso all’infinità di persone che lavorano per mesi e mesi prima, durante e dopo l’evento: direttori creativi, agenzie di pubbliche relazioni, sarte, modelle, giornalisti, fotografi, make-up artist, hairstylists… non basterebbe un foglio per elencarli tutti. Un lavoro immenso per 15, massimo 20 minuti di sfilata. In quei pochi ma preziosissimi minuti viene mostrata l’essenza del brand, le infinite ore di preparazione, la collaborazione tra diversi team, in cui ognuno cerca di fare del suo meglio per il risultato finale. E quando finalmente si accendono i riflettori e parte la musica, la tensione si tramuta in emozione. Tutto l’impegno viene ripagato dall’applauso e dai sorrisi del pubblico.
Non è un caso che l’immaginario collettivo abbia cristallizzato questa complessità nel racconto cinematografico de “Il diavolo veste Prada”: dietro il glamour della Fashion Week si cela un enorme sistema scandito da tempi serrati e duro lavoro, dove ogni decisione ha un peso simbolico ed economico. La figura di Miranda Priestly, ispirata alla leggendaria direttrice di Vogue Anna Wintour, diventa così emblema di un potere capace di orientare tendenze e narrazioni. Una rappresentazione romanzata, certo, ma non troppo distante dalla realtà di un settore che non può permettersi rallentamenti.

Un sistema che in tutta la sua complessità, tra luci abbaglianti e backstage caotici, continua a rinnovarsi stagione dopo stagione.
Perché in fondo la moda, proprio come New York, non dorme mai.




