42N è una benefit corporation fondata da professionisti italiani residenti negli USA, uniti dalla volontà di restituire parte dell’esperienza accumulata negli anni aiutando startup, spin-off universitari e PMI italiane ad affacciarsi sul mercato americano o a entrare in contatto con investitori statunitensi. Nessuna consulenza a pagamento, ma consigli diretti, sempre pragmatici, basati su errori vissuti in prima persona, cicatrici professionali e una profonda conoscenza delle dinamiche culturali e finanziarie degli USA. Ne parlano Roberto Dolci e Francesco Rizzo Marullo.
Partiamo dall’inizio: da dove nasce il nome 42N e qual è l’idea che c’è dietro questo progetto?
Roberto Dolci:
«Il nome forse non denota la massima fantasia, ma è molto semplice: 42N indica i gradi nord che uniscono Boston e Roma: il 42° parallelo nord connette Boston e Roma e abbiamo scelto questo nome per rappresentare un ponte. Tutti noi siamo italiani residenti negli Stati Uniti da anni, alcuni sono anche diventati cittadini americani, e siamo uniti da questa passione e da questa convinzione: creare un collegamento tra noi e l’Italia. Siamo tutti, a vario titolo, coinvolti nel business e cerchiamo di dare una mano alle aziende, alle startup, agli spin-off universitari o a quelle realtà che vogliono entrare in contatto con investitori americani».
Boston è il punto di partenza, ma oggi siete molto più diffusi sul territorio americano.
Roberto Dolci:
«L’idea è nata a Boston, per questo il nome, ma molti di noi vivono a New York, altri a San Francisco, Seattle, Los Angeles. Di fatto ci siamo espansi ben oltre Boston. Quello che ci accomuna è un’idea molto americana di give back, di restituzione. Siamo italiani e sentivamo il bisogno di fare qualcosa per il nostro Paese, e di farlo sulla base delle nostre esperienze personali. Le nostre storie di espatrio sono diverse, ma in fondo simili, e da qui nasce la volontà di aiutare soprattutto i giovani, le startup, gli spin-off universitari o anche aziende di piccole e medie dimensioni, con più anni alle spalle, che vogliono esplorare l’espansione negli Stati Uniti o entrare in contatto con investitori americani, che tendono a essere molto più propensi al rischio rispetto a quelli italiani».
Quanto incide questa diversa propensione al rischio?
Roberto Dolci:
«A parità di condizioni, mediamente un investitore americano investe sette volte quello che investe un investitore italiano. Di conseguenza, anche per l’investitore americano è utile entrare in contatto con le eccellenze italiane».
42N accompagna le aziende solo nella fase iniziale o anche nel lungo periodo?
Roberto Dolci:
«Noi siamo una benefit corporation, molto simile a una no profit, e facciamo tutto questo nel nostro tempo libero, su base volontaria. Ognuno di noi ha il proprio lavoro: io sono ingegnere, Francesco è un avvocato fiscalista, abbiamo altri avvocati come Ettore Santucci, professori come Paolo Ciuccarelli, investitori come Arrigo Bodda, progettisti come Rita Ricotta e, professionisti di vario tipo. Ognuno dedica il tempo che riesce. Non siamo una società di consulenza né uno studio professionale che fa questo a pagamento, ma nel corso degli anni abbiamo sviluppato una rete di contatti molto importanti e fidati. Sulla base della nostra esperienza suggeriamo a chi si rivolge a noi cosa è meglio fare e cosa no. In modo quasi prescrittivo diciamo: “Tu devi fare così, così e così”, semplicemente perché una trentina di persone l’ha già fatto prima e si è già scottata. Sono cicatrici vere. Se poi uno vuole fare diversamente, è libero di farlo. Noi non dobbiamo venderci, né giustificare ore: diciamo le cose come stanno».
Avvocato Rizzo Marullo, lei è entrato in 42N più recentemente. Che contributo porta a questa realtà?
Francesco Rizzo Marullo:
«Mi affaccio a 42N da circa un anno e chiaramente contribuisco in base alle mie esperienze. La cosa più interessante è la creazione di connessioni: ciascuno di noi, nel proprio settore e nei vari Paesi, ha sviluppato una rete di contatti che mette a disposizione di quella che definirei più una community, invece che una squadra. In una gestione orizzontale in cui lo spirito è dove non arrivo io, può arrivare Roberto o un altro membro.
In alcuni casi mettiamo le aziende in contatto con fondi o realtà come Hedge Fund; altre volte, se il progetto è particolarmente interessante, qualcuno di noi fa un investimento personale.
In questo contesto devo dire che il consolato di Boston, nelle persone del console Arnaldo Minuti, dell’attachè scientifico prof. Paolo Gaudenzi e di tutto il personale, ci fornisce un ottimo supporto appoggiando le nostre iniziative e promuovendo le occasioni d’incontro».
Spesso si dice che in Italia manchino idee valide. È davvero così?
Francesco Rizzo Marullo:
«È un grande mito da sfatare. Le realtà italiane che vediamo sono spesso validissime, con idee assolutamente interessanti. Quello che spesso manca è la struttura: la struttura per entrare nel mercato americano o anche solo per essere presentati nel modo giusto. L’idea da sola non basta. Serve altro, e in virtù della nostra esperienza diamo una sorta di “to do list”: poi la decisione finale spetta sempre all’azienda».
Ing. Dolci, si può dire che il vostro vero patrimonio sia l’esperienza?
Roberto Dolci:
«Assolutamente sì. Tutti noi abbiamo avviato imprese, siamo stati molto vicini alle startup, abbiamo fatto errori e, in alcuni casi, anche exit importanti. Abbiamo quindi una visione completa di ciò che funziona e di ciò che oggi faremmo meglio. Davanti a chi si affaccia per la prima volta a questo mercato possiamo dire: “Guarda, questa cosa funziona, quest’altra no”.
Faccio un esempio concreto: un’azienda italiana storica, quattro generazioni, 150 anni di attività, non riusciva a ottenere risultati in Nord America. Mandavano offerte di sei pagine a fronte di capitolati di 200 pagine. Qui in America la controparte si offende se riceve sei pagine quando ne ha scritte 180. Abbiamo suggerito di raccontare la loro storia, il territorio, le generazioni, la cultura locale: tutto quanto servisse per scrivere un’offerta oltre le 200 pagine. Da zero sono passati a decine di milioni di dollari in commesse. L’accortezza è stata minima, incomprensibile per chi abituato al modo di lavorare in Italia, ma decisiva».
Quante aziende si sono rivolte a 42N finora e con quali esigenze principali?
Roberto Dolci:
«Sono centinaia le aziende che ci hanno contattato anche solo per un consiglio o un contatto. Poi ci sono una cinquantina abbondante di aziende che ha fatto con noi un vero percorso. Si parte sempre dallo stesso punto: la comunicazione. Negli Stati Uniti si comunica in modo completamente diverso. Non è una questione di lingua, ma di struttura del messaggio.
Abbiamo aiutato anche ad assumere personale, ad avvicinarsi alla borsa, fino a lavorare con startup in fase early investment. Alcuni di noi sono angel investor, altri gestiscono venture club o lavorano con venture capital che ci chiedono di valutare i progetti».
Guardando al futuro, quali sono i prossimi passi di 42N?
Roberto Dolci:
«Stiamo pensando di organizzare almeno un pitch contest nel 2026, probabilmente in primavera. Abbiamo già diverse aziende che stanno andando molto bene e un evento del genere serve a metterle in contatto diretto con il mondo degli investimenti».
Quanto conta il ruolo dei Family Office in questo percorso?
Roberto Dolci:
«È una figura che in Italia manca molto. Un Family Office è un investitore professionale che lavora per famiglie ultra-ricche e investe decine di milioni di dollari. Quando uno di questi soggetti ti prende sotto la sua ala, ti aiuta a crescere e ti dà una capacità di investimento enorme. Per una startup può essere una svolta, ora sto aiutando uno di questi per un evento sul lago di Como».
Boston è spesso fuori dal radar delle aziende italiane. Che tipo di ecosistema offre?
Francesco Rizzo Marullo:
«Boston è una realtà molto particolare. È diversa da New York e da San Francisco. È più sonnolenta in apparenza, ma dal punto di vista del business è incredibilmente dinamica. Tra università, biotech, finanza e ricerca c’è un ecosistema straordinario.
Qui se vali hai un’opportunità. Questa è forse la più grande differenza culturale rispetto all’Italia: la maggior propensione al rischio degli investitori americani è direttamente correlata alla concessione di credito e, quindi, all’ottenimento di un’opportunità per le nostre start-up. Poi come sempre, sarà il mercato a giudicarti. Sia chiaro, non tutte le start-up diventano Google, la media su 10 start-up è che 8-9 falliranno, ma basterà un investimento azzeccato a ripagare di tutti gli altri nove. Questo diverso approccio al rischio imprenditoriale, fa sì che il fallimento di un investimento venga visto come un’esperienza da cui trarre insegnamento per il futuro, e non come uno stigma di cui vergognarsi. Ed è questo che, secondo me, rende ancora oggi gli Stati Uniti così attrattivi».
A chi vi rivolgete oggi in modo prioritario?
Roberto Dolci:
«A due gruppi. Da un lato agli investitori americani e italoamericani, per mostrare loro le eccellenze italiane su cui vale la pena investire anche restando in Italia. Dall’altro alle aziende italiane che si affacciano per la prima volta a questo mercato. Naturalmente siamo pronti ad aiutare anche chi è già negli Stati Uniti e sta incontrando difficoltà».
C’è un filo rosso che tiene insieme tutto il progetto 42N?
Roberto Dolci:
«42N nasce anche da una sfida dell’amico Alberto Forchielli, appena prima del Covid: “Cosa potete fare per il vostro Paese?” ci disse. Questo è il filo rosso che ci unisce: la voglia e la disponibilità di fare qualcosa per l’Italia.
Il valore più grande è il network. Aiutando gli altri allarghiamo anche la nostra rete e creiamo connessioni che altrimenti non esisterebbero. Tutti noi abbiamo fatto errori che abbiamo pagato sulla nostra pelle. Se oggi possiamo dire a qualcuno “non farlo, perché io l’ho già fatto e non funziona”, allora tutto questo ha davvero senso».




