In occasione della presentazione a Roma della miniserie Portobello (la prima serie italiana HBO Original, disponibile dal 20 febbraio su HBO Max), Marco Bellocchio ha raccontato il suo ritorno alle serie tv e il lavoro fatto per portare sullo schermo la vicenda di Enzo Tortora (interpretato da Fabrizio Gifuni), il conduttore televisivo arrestato nel 1983 con l’accusa di associazione camorristica e poi assolto in via definitiva.
– Leggi l’intervista: Fabrizio Gifuni racconta la fragilità dei padri
Com’è stato per lei tornare alla serialità?
Non traumatico. In questo caso era quasi obbligatorio: la storia di Tortora aveva bisogno di sei episodi, non si poteva comprimere in un film senza rinunciare a parti fondamentali. Si sarebbe potuto fare, certo, ma a costo di sacrificare elementi a cui non volevo rinunciare. La forma della serie è stata quindi una scelta naturale, anche se molto complessa, perché si trattava comunque di sintetizzare una vicenda lunghissima. Sei episodi sono tanti, ma abbiamo dovuto comunque lasciare fuori molto.
Cosa ha voluto privilegiare nella messa in scena?
Il contrasto. È una storia fatta di conflitti: un uomo che non capisce cosa gli stia accadendo, che si ritrova improvvisamente dentro un incubo continuo. Non comprende perché venga arrestato, perché venga ammanettato. L’incubo prosegue per giorni, con la prigione, poi a un certo punto si interrompe e lui riprende coscienza, inizia a resistere, a rispondere, a reagire. Questi sono i movimenti che mi interessavano di più.
Quanto conta, nel racconto, la figura pubblica di Tortora?
Bisogna considerare il destino di un uomo che si proclama innocente. Tortora era molto apprezzato, era stato il numero uno nella conduzione di quel tipo di programmi. Non aveva fatto solo Portobello: quello è stato l’apice del suo successo televisivo, ma aveva realizzato molte altre trasmissioni. Si muoveva con grande naturalezza in televisione, ma era anche uno scrittore, un moralista, un intellettuale. Era una figura più complessa di quanto si sia poi ricordato negli anni dell’arresto.




