Un artista “verticale”, musicista, pittore, pensatore, filosofo. Cosmopolita e internazionale che amava New York e l’America – dove era molto apprezzato – ma allo stesso tempo fortemente radicato alle sue origini siciliane. Capace di non ripetersi mai e pur tuttavia di rimanere sempre fedele a sé stesso. È così che Franco Battiato viene descritto dai curatori della mostra che celebra la sua carriera e il suo lascito artistico a cinque anni dalla scomparsa, avvenuta nel maggio del 2021. Franco Battiato. Un’altra vita, questo il titolo, è a Roma al Maxxi – Museo nazionale delle arti del XXI secolo fino al 26 aprile, curata da Giorgio Calcara con la nipote dello stesso artista, Grazia Cristina Battiato e organizzata da Alessandro Nicosia in collaborazione con la Fondazione Franco Battiato ETS.
Un’occasione straordinaria per conoscere o ritrovare un “gigante” che ha scritto pagine indimenticabili della storia della musica italiana: del resto, come ha sottolineato Nicosia, «chi di noi non l’ha amato?».
Il percorso espositivo si articola in sette sezioni: gli esordi negli anni Sessanta, quando Battiato lasciò la sua Sicilia e si trasferì a Milano per debuttare come cantautore pop col sostegno di Giorgio Gaber. E mentre era ospite di un programma radio mutò il suo nome da Francesco a Franco, perché in studio insieme a lui c’era anche Francesco Guccini. Poi la sua ricerca d’avanguardia ed elettronica, ispirata a figure internazionali come John Cage e Karlheinz Stockhausen. Il successo col grande pubblico grazie agli album L’era del cinghiale bianco e La voce del padrone; l’interesse per la mistica e la spiritualità; la scelta di lasciare Milano per tornare in Sicilia, a Milo, sull’Etna e dedicarsi alla meditazione, alla pittura e alla composizione; il sodalizio con il filosofo Manlio Sgalambro e l’attività cinematografica con film come Perduto amor e Musikanten.

In mostra ci sono dischi, mobili, quadri, locandine, video rari e fotografie. I ritratti a sua firma della musa Giuni Russo, dell’amico Sgalambro, e anche dell’attore Willem Defoe, al quale era legato da una profonda amicizia. E oggetti come la sua chitarra elettrica, la tuta indossata per le fotografie che accompagnavano la grafica dell’album Fetus, e tappeti e libri dal suo studio di villa Grazia, la casa di Milo in cui si era ritirato. Ancora, le tante copertine dei giornali che negli anni avevano celebrato la sua carriera (perfino un Topolino) e in apertura una divertente clip in cui si rade la barba.
Al centro del percorso uno spazio sonoro separato a forma di “ottagono”, realizzato con l’innovativa tecnica Dolby Atmos, ripropone cinque video clip originali degli anni Ottanta, tra cui Centro di gravità permanente e Voglio vederti danzare, tutti rimasterizzati, per una totale immersione musicale ed emozionale. Ma il pezzo più importante, lo sottolinea Calcara, è un rarissimo video di Rai Teche registrato 50 anni fa: un’intervista in cui Battiato cerca di spiegare la propria opera e ci avverte che potrà forse essere compresa pienamente dopo mezzo secolo, cioè proprio oggi.




