C’è un’immagine che basta a far partire tutto: una ragazzina con una valigia, davanti a una porta che non riconosce, nel caldo polveroso di un’estate di provincia. È la scena madre di L’Arminuta, parola abruzzese che significa la ragazza riportata indietro, quella che viene riconsegnata. E in quel verbo, riconsegnare, c’è già il cuore del romanzo di Donatella Di Pietrantonio e del film di Giuseppe Bonito: una vita spostata senza spiegazioni immediate, dentro un mondo dove l’amore non è mai semplice e l’appartenenza è una domanda che brucia.
Il romanzo mette il lettore a contatto diretto con lo strappo e con la confusione di chi viene sradicata da una famiglia e depositata in un’altra. Non cerca scorciatoie consolatorie: la povertà non è uno sfondo pittoresco, ma una condizione concreta che pesa sui gesti quotidiani e sulle possibilità di scelta. Quando Bonito porta la storia al cinema nel 2021, la sfida è simile: come tradurre sullo schermo un dolore fatto di silenzi, vergogne, fame materiale e fame affettiva? La risposta del film è una fedeltà che non riguarda solo gli eventi, ma soprattutto l’atmosfera. L’adattamento sceglie di non addomesticare la materia, e di far sentire allo spettatore la stessa crudezza che nel libro è affidata alle parole essenziali e alle emozioni trattenute.
Il punto in comune più evidente, e più devastante, è il doppio abbandono. La protagonista è cresciuta in città in una vita relativamente agiata, con abitudini ordinate e un futuro che sembra già scritto. Poi, senza preavviso, viene riportata alla famiglia biologica in un contesto rurale dove tutto è più stretto: gli spazi, i corpi, le possibilità. Questa restituzione non è solo un cambio di casa, è un cambio di mondo. E ciò che rende la ferita ancora più profonda, in entrambe le opere, è che a lungo non viene offerto un motivo preciso. L’assenza di una spiegazione diventa un trauma nel trauma: non soltanto essere spostata, ma essere esclusa dal senso della propria storia. Il romanzo e il film, scegliendo questa prospettiva, costringono chi legge e chi guarda a condividere lo spaesamento, a sentirsi ospite in una famiglia dove ogni gesto sembra avere un codice non dichiarato.

Al centro, sia sulla pagina sia sullo schermo, c’è anche la divisione tra due figure materne, trattata con la stessa delicatezza dolorosa. La madre adottiva rappresenta una cura più composta, quasi “educata”, fatta di attenzioni e abitudini che sembrano naturali finché non vengono perdute. La madre biologica invece appare spesso come un enigma emotivo: una donna dura, stanca, compressa da una vita di necessità, che fatica a trasformare l’affetto in parole o in gesti rassicuranti. Il film conserva questa ambiguità senza trasformare nessuna delle due in un personaggio da condannare o da idealizzare. La storia suggerisce che, prima ancora delle persone, è l’ambiente sociale a distribuire i ruoli: la povertà, la vergogna, la mancanza di alternative. Proprio questa sobrietà, comune a romanzo e film, impedisce al dramma di scivolare nel melodramma.
Se c’è un elemento che unisce romanzo e film in modo quasi strutturale, è il legame tra sorelle. La protagonista non trova subito una “famiglia” nel senso rassicurante del termine; trova piuttosto una complicità concreta, e spesso imperfetta, con Adriana. La sorellanza qui non è romantica, nasce dalla convivenza forzata e da una vicinanza che all’inizio pesa: un letto condiviso, oggetti contesi, confidenze gettate lì tra una fatica e l’altra. Eppure, proprio dentro quella ruvidità, cresce un sentimento potente, perché è fatto di gesti di protezione quando nessun altro sa davvero come proteggere. Il film valorizza questa dinamica con grande attenzione ai corpi e ai silenzi, rendendo visibile l’affetto che nel romanzo spesso vive sottotraccia.
Anche la lingua diventa un ponte evidente tra le due versioni. Nel romanzo il dialetto abruzzese è un segnale di appartenenza e, insieme, di distanza: è la prova immediata che la ragazza non è “di lì”, che deve imparare un mondo che non le ha mai insegnato come funzionare. Sullo schermo quella lingua diventa suono e ritmo, e amplifica la sensazione di estraneità. Non è un dettaglio folcloristico: è un elemento narrativo che marca le gerarchie, le vergogne, le alleanze. La scelta del film di far risuonare quella parlata, senza renderla neutra o addolcirla, rafforza la continuità con il romanzo e la sua idea di verità.
Anche l’ambientazione contribuisce alla somiglianza: entrambe le opere ricreano un’Italia di provincia negli anni Settanta, dove il confine tra città e campagna è quasi un confine di classe. La città è ordine e comfort; la campagna è necessità, sovraffollamento, mancanza di privacy, una quotidianità in cui ogni cosa è contata. Il film ricostruisce questo clima attraverso luoghi e atmosfere che restituiscono la sensazione di un mondo laterale, distante dal benessere, dove la modernità arriva attenuata e la fatica detta ancora il ritmo delle giornate.
Alla fine, il confronto tra romanzo e film non si gioca sulla fedeltà “fotografica”, ma su una fedeltà più profonda: quella alla ferita e alla resistenza. In entrambi i casi una ragazza viene spinta da una vita confortevole a un universo estraneo e difficile; in entrambi i casi il dolore non si scioglie con una rivelazione semplice, ma con un lento imparare a stare al mondo; in entrambi i casi l’amore familiare non è un punto di partenza, è un lavoro quotidiano, fatto di attriti e improvvise tenerezze. L’Arminuta resta, sia in forma di romanzo sia in forma di film, una storia di restituzione subita e di ricostruzione conquistata, dove l’identità non è qualcosa che si trova, ma qualcosa che si ricuce.




