Alessandro Giammei è nato nel 1988 a Roma ed è Assistant Professor of Italian Studies alla Yale University. Dopo la laurea alla Sapienza di Roma e il perfezionamento alla Normale di Pisa ha insegnato a Princeton University come Cotsen Fellow, a Bryn Mawr College come Assistant Professor, e nel sistema carcerario del New Jersey come volontario. Oltre a numerosi articoli e saggi sull’arte e la letteratura del Rinascimento e del Novecento, è autore di diversi libri, tra cui Parlare fra maschi (Einaudi 2025), Ariosto in the Machine Age (Toronto 2024), Gioventù degli antenati (Einaudi 2024) ed Heretical Aesthetics (con Ara Merjian, Verso 2023). Collabora con Domani, il manifesto ed Esquire, su cui tiene la rubrica mensile “Itaca”.
Tre Ciotole è tratto dall’omonimo romanzo di Michela Murgia, e lei ne ha curato l’eredità. Quali sono state le principali sfide nel trasporre un’opera letteraria così complessa sul grande schermo, e come ha collaborato con Isabel Coixet per mantenere l’autenticità e la voce originale del testo?
Come curatore dell’eredità letteraria di Michela ho avuto, in realtà, un solo ruolo, piccolissimo, nella trasposizione di Tre ciotole: scegliere, alla fine, se il film sarebbe stato ufficialmente “tratto da” o “ispirato da” quel libro, l’ultimo che Michela abbia pubblicato in vita prima di lasciare a me il compito di raccogliere i suoi scritti in libri postumi. Ero molto preoccupato prima di leggere la sceneggiatura e vedere il film: come si fa a trasformare una raccolta di racconti in una storia sola? come si fa a infondere, in quella storia, le mille questioni politiche, poetiche e profondamente personali che Michela ha catalizzato nell’ultima opera che ha licenziato lei stessa? Poi però ho letto, ho visto, e subito mi è stato chiaro che il film di Isabel Coixet, nel suo rispettoso amore per una fonte che non feticizza, era l’antidoto alle mie paure. Ho immediatamente detto: tratto!
Come curatore dell’eredità di Michela Murgia, quale ruolo sente di avere nel dialogo tra letteratura, cinema e pubblico internazionale? In che modo eventi come Italy On Screen Today a New York contribuiscono a preservare e promuovere l’opera di autori italiani contemporanei?
Sento una forte responsabilità nei confronti delle lettrici e dei lettori di Michela Murgia, ma soprattutto nei confronti di chi ancora non la conosce. Da quando Michela è morta ricevo di continuo messaggi di estranei, gente di tutte le età e da ogni parte del mondo (l’ultimo, ad esempio, dalla Thailandia!), che mi raccontano di come i suoi libri abbiano avuto un forte impatto sulla loro vita. Il mio ruolo, credo, è quello di far sì che l’incantesimo delle parole di Michela continui a raggiungere chi ne ha bisogno. Eventi come Italy On Screen Today sono cruciali, perché il cinema è un medium cruciale per varcare frontiere: basta pensare alla poesia e ai romanzi di Pasolini, che non sarebbero così vivi nell’immaginario americano se non fossero stati preceduti dai suoi film.
Quando un’opera italiana arriva a un pubblico internazionale, quali aspetti culturali o linguistici ritiene più delicati da trasmettere senza perdere l’intensità originale? Ci sono strategie narrative o simboliche che ritiene fondamentali per creare empatia con spettatori non italiani?
Io alla mitologia dell’”originale” non ci credo poi molto. Proprio quando i film, come i romanzi (come le persone, in fondo), migrano in altre lingue e culture diventano più pienamente sé stessi. Bisogna fidarsi, secondo me, degli spettatori: lasciare a loro il gioioso lavoro di empatizzare con quel che è strano, straniero. Questo film è pieno di cose e persone strane e straniere, anche per chi in Italia e in italiano c’è nato e ci vive—forse perché Michela Murgia e Isabel Coixet provengono da due nazioni, la Sardegna e la Catalogna, le cui lingue e culture sono straniere agli stessi Stati in cui amministrativamente si trovano.
La narrativa di Michela Murgia affronta temi fortemente legati a identità, comunità e memoria. Quali strumenti o approcci suggerirebbe a chi lavora nel cinema e nella letteratura per assicurare che queste tematiche continuino a essere percepite come rilevanti dalle nuove generazioni?
Credo che le nuove generazioni siano assetate di questi temi. Michela non sottovalutava mai l’intelligenza dei giovani, addirittura dei giovanissimi: nei suoi romanzi e racconti sono sempre i bambini e gli adolescenti a capire prima e più degli altri. Chi lavora nel cinema e nella letteratura dovrebbe, secondo me, evitare di infantilizzare chi è nato dopo, credendo di dover semplificare.
Italy On Screen Today si propone di creare un ponte tra il cinema italiano e il pubblico internazionale, inclusi membri dell’Academy e Golden Globe voters. Dal suo punto di vista, in che modo la proiezione di opere come Tre Ciotole può influenzare la percezione globale del cinema italiano contemporaneo, e quali valori culturali ritiene più importanti da trasmettere?
Il lavoro di decostruzione della mitologia della famiglia cosiddetta “tradizionale” che Michela ha operato nei suoi libri, e che si esprime nel film Tre ciotole, impedisce di ridurre l’immaginario sull’italianità a mitiche nostalgie per un ordine di valori che non è mai esistito. Chi va a vedere un film italiano e ci trova legami così insoliti, persone dagli accenti e dalle etnie diverse, temi correnti della teoria queer come il fallimento e la gioia improduttiva, comincerà a pensare all’Italia non come a una struggente cartolina, ma come a una domanda ancora viva, le cui mille risposte diverse valgono tutte la pena di essere esplorate. La Roma di Michela Murgia e di Isabel Coixet è un posto diverso da quella altrettanto splendida, per dire, di Raffaele La Capria e Paolo Sorrentino, che ha spopolato all’Academy e ai Golden Globe dieci anni fa: come ha scritto Michela nell’ultimo suo libro postumo che ho curato, Anna della pioggia, « Di storie ne servono molte, moltissime, per non diventare schiavi di un solo punto di vista».




