La Grazia, il film più sobrio di Paolo Sorrentino

Un presidente alla fine del mandato, da Venezia a New York, in sala dal 15 gennaio

La Grazia, di Paolo Sorrentino, racconta gli ultimi giorni di mandato di Mariano De Santis, presidente della Repubblica immaginario interpretato da Toni Servillo. Il film parte da una situazione concreta e delimitata: un uomo prossimo a lasciare il proprio incarico deve prendere alcune decisioni che nessun altro può prendere al posto suo. Non sono decisioni spettacolari, ma definitive, e proprio per questo cariche di conseguenze.

De Santis è un presidente secondario nel senso più istituzionale del termine. Non governa, non orienta la politica quotidiana, non è al centro del dibattito pubblico. Firma, valuta, decide quando la legge glielo chiede. Sorrentino costruisce il film in questo spazio ristretto e poco appariscente. Tre questioni arrivano sulla sua scrivania: una legge sull’eutanasia, che mette in crisi le sue convinzioni personali, e due richieste di grazia per omicidi avvenuti all’interno di relazioni di coppia. Tre casi diversi, nessuno risolvibile senza lasciare zone irrisolte.

Il film non cerca tensione nel conflitto o nel confronto ideologico. Segue piuttosto il modo in cui queste scelte entrano nella vita del presidente, si affiancano alla stanchezza fisica, alla malattia, alla consapevolezza che il tempo a disposizione è limitato. De Santis è vedovo, in cattiva salute, seguito con attenzione dalla figlia Dorotea (Anna Ferzetti), e attraversa una fase di bilancio che riguarda insieme il lavoro e la vita privata. Ripensa alla moglie, si interroga sul passato, prova a mantenere un contatto con i figli, osserva se stesso mentre il ruolo che lo ha definito per anni sta per concludersi.

Il titolo funziona come chiave di lettura. La grazia non è soltanto l’atto giuridico, ma anche un’idea di sospensione, di possibile alleggerimento. Sorrentino ha spiegato che il film nasce da un fatto reale: la concessione della grazia a un uomo gravemente malato. «Quel gesto non era solo giuridico, ma profondamente umano», ha detto il regista, chiarendo che l’interesse non stava nel caso in sé, ma nel dilemma morale che lo precede. Per questo La Grazia evita di prendere posizione netta. Non difende né condanna, non offre soluzioni, osserva.

Rispetto ad altri film di Sorrentino, qui tutto è più contenuto. Rimangono alcune scelte visive riconoscibili, ma sono usate con misura. Non c’è la spinta verso l’eccesso né la ricerca continua dell’immagine iconica. Il film procede con un passo regolare, a tratti dimesso, che riflette lo stato del personaggio. È un cinema meno seduttivo e più diretto, che accetta anche una certa lentezza come parte del racconto.

Servillo interpreta De Santis come un uomo solido e opaco, corretto, poco carismatico, quasi invisibile. Non è il potere deformato di Il divo né quello esibito di Loro. È un potere che pesa proprio perché non si può delegare. «Mariano De Santis è un uomo senza certezze assolute», ha raccontato l’attore, «porta sulle spalle la propria vulnerabilità». Un lavoro premiato alla 82ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica della Biennale di Venezia con la Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile, che riconosce un’interpretazione tutta giocata sulla misura.

Presentato in apertura della Mostra veneziana, La Grazia è probabilmente il film più sobrio di Sorrentino. Non rinnega il suo cinema, ma lo riduce all’essenziale. Racconta un uomo che deve scegliere sapendo che ogni scelta è imperfetta e che il dubbio non è un ostacolo, ma una condizione inevitabile del ruolo.

In parallelo, il film ha già iniziato un percorso internazionale misurato: dopo Venezia è stato presentato a New York nell’ambito del progetto Spotlight: Italy on Screen Today New York, in una proiezione sold out al Robin Williams Theatre, alla presenza di Servillo. La Grazia è uscito nelle sale statunitensi il 5 dicembre, mentre l’uscita italiana è fissata per il 15 gennaio.

Alla fine, non c’è una risposta chiara su cosa sia davvero la grazia. Resta l’idea che, arrivati a un certo punto, l’unica possibilità sia attraversare le decisioni senza irrigidirsi, accettando il peso delle conseguenze. Un film meno appariscente del solito, ma più netto, che trova la sua forza proprio nel non cercare scorciatoie.

Immagine di Monica Straniero

Monica Straniero

Monica Straniero è una giornalista e collabora con testate italiane e internazionali. Si occupa di cultura pop, storie urbane e immaginari contemporanei

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