Intervista a Cristiana Dell’Anna, l’attrice italiana che ha conquistato l’America

© Foto e Styling: Liam Campora | Capelli: Renato Campora | Trucco: Rueben de Maid

La nostra chiacchierata si chiude con una chiosa totalmente inaspettata: «Che cosa vorrei aggiungere? Sono napoletana, quindi: forza Napoli, sempre». 

Cristiana Dell’Anna è l’attrice che ha fatto innamorare gli italo-americani (e non solo) col film di Alejandro Monteverde nel quale è Francesca Cabrini, la missionaria che a fine Ottocento dava assistenza agli italiani sbarcati negli States e che poi diventò Santa e Patrona degli emigranti. Cristiana è un’interprete straordinaria e una donna profondissima, come scoprirete leggendo questa intervista. Ed evidentemente, non le mancano l’ironia e la grande leggerezza dei napoletani. 

Classe 1985, Cristiana è diventata nota in Italia nella soap Un posto al sole (appuntamento televisivo seguitissimo) per poi trasformarsi nella camorrista Patrizia della serie cult Gomorra, molto apprezzata anche in Usa, ed essere diretta da grandi registi come Mario Martone e il premio Oscar Paolo Sorrentino.

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Oggi si divide tra l’America e l’Italia, dove vive nella campagna toscana col marito Emanuele Scamardella e i suoi tre cani. «Amo moltissimo la natura e sono totalmente vegana» mi racconta. «Non solo non mangio prodotti animali, ma non compro più scarpe e borse di pelle o maglioni che non siano di lana riciclata, insomma nulla che non sia certificato cruelty-free per evitare lo sfruttamento industriale degli animali. È una questione etica: fosse per me, mangerei formaggio tutti i giorni». 

Soltanto quest’anno, oltre a interpretare Francesca Cabrini è stata tra i protagonisti di altri tre film italiani: Una storia nera di Leonardo D’Agostini, Tre regole infallibili di Marco Gianfreda e l’action movie La coda del diavolo, andato in onda a novembre sulla piattaforma Sky. A breve uscirà poi la sua nuova produzione americana, The Panic, girata proprio a New York per la regia di Daniel Adams, che racconta il panico scatenato dalla crisi finanziaria del 1907 sventata poi da J. Pierpont Morgan, in cui è accanto a Cary Elwes e Malcom McDowell. 

Comincerei raccontando come è nata la sua passione per la recitazione. 

Tante cose mi hanno portato a recitare, forse era già scritto da qualche parte che avrei fatto questo mestiere, ma vorrei sottolineare che io lo considero un percorso che non ha mai fine, perché sono sempre lì che aspetto il prossimo personaggio. Credo sia cominciato tutto perché da ragazzina ero molto solitaria, a volte anche un po’ bullizzata a scuola, e mi rifugiavo nelle storie. Leggevo tantissimo, ho iniziato molto presto, e mia madre mi raccontava tantissime favole, conosceva delle versioni di Cappuccetto Rosso tramandate dalla bisnonna che avevano anche delle parti cantate. Poi da adolescente ho percepito che il cinema e il teatro mi facevano sentire una grande libertà di esprimermi. A 13 anni, dopo aver visto Titanic volevo essere Kate Winslet per fingere di stare su quella nave e raccontare quella storia. E crescendo ancora mi sono resa conto che in effetti poteva diventare il mio mestiere. 

Così poi è stato.

Con tutte le difficoltà create da una famiglia borghese che non lo vedeva certo come qualcosa di affidabile. Tuttavia, io ho fatto le valige e con pochi soldi in tasca me ne sono andata a Londra a studiare arte drammatica. Senza un piano B, né un’idea precisa: sono entrata in accademia, mi sono diplomata e pian piano ho navigato contro vento per trovare la mia strada. 

Cosa ricorda di quei tempi?

Studiavo moltissimo, facevo teatro, cortometraggi. Il mondo dell’entertainment a Londra è molto ricco, ho girato il mio primo corto con Rose Glass, che oggi è una regista importante. Ma cercavo anche di rimanere fedele alle motivazioni che mi avevano spinta: espandere la mia esistenza e creare un dialogo con l’altro.

Poi è stata chiamata a fare Un posto al sole

(ride, ndr) Sì, e non l’ho mai guardato perché ero sempre impegnata su altre cose, però è stata una grande opportunità. Dare fiducia a un’attrice che arrivava per la prima volta in Italia non è cosa da poco, e lavorare su quel set era molto piacevole, come stare in una grande famiglia.

Lì interpretava addirittura due gemelle, poi è diventata camorrista, pubblico ministero, madre tormentata, santa. Che cosa le hanno lasciato tutti questi personaggi? 

In realtà quello mi che accade è il contrario. I personaggi che interpreto si prendono loro un pezzettino di me, che continua a vivere nelle loro storie, e quindi quello che resta è il vuoto che lasciano. Io lo considero il prezzo da pagare per chi fa questo mestiere, e mi sento in qualche modo come una stella cadente che va sgretolandosi.  

E non ha paura che alla fine le portino via tutto? 

Un po’ l’hanno fatto, ed è il motivo per cui oggi mi aggrappo con grande forza alla mia vita privata.

Cosa vuole dire?

Mi rifugio nella mia casa, con i miei cani e l’uomo che ho sposato sei anni fa. È lui che mi ricorda sempre di non restare ancorata alle vite dei personaggi dimenticando di vivere la mia, che mi riporta alla realtà del mondo e mi trascina a viaggiare e a vedere altro. Lui riempie i miei vuoti, senza il suo amore sarei come un innaffiatoio privo di acqua. 

Tornando a Francesca Cabrini, se lo aspettava il grande successo americano e l’accoglienza che le ha riservato la comunità italiana?

Sinceramente no: ero terrorizzata da quello che sarebbe potuto accadere, anche perché è stato un ruolo in cui ho messo veramente tutta me stessa, con una preparazione lunghissima e tantissimo lavoro. L’accoglienza degli italo americani, poi, mi ha commossa. Mi ha sorpresa rendermi conto che il mio volto era diventato riconoscibile, e anche scoprire quante persone avessero avuto a che fare con le istituzioni assistenziali fondate dalla Cabrini, e quante storie c’erano. Raccontare le difficoltà della gente per me ha sempre avuto un’importanza enorme, e come attrice ho sempre più voglia di dare corpo alle storie dei diseredati, dei perdenti, piuttosto che a quelle dei vincenti.

Confrontarsi con questa grande figura di donna le ha insegnato qualcosa?

Mi ha insegnato molto, anche se inizialmente non me ne ero resa conto. Mi ha fatto capire il grande potere della resilienza. C’è una cosa che Francesca dice a un certo punto del film: cominciamo la missione, poi troveremo i mezzi per portarla avanti. La maggior parte della gente di solito agisce al contrario, lei invece sapeva che l’ideale che ci spinge, se è buono, in qualche modo è già lo strumento affinché le cose funzionino. Era una lezione di cui probabilmente avevo bisogno: ci è voluta Francesca Cabrini per ricordarmi l’importanza assoluta di essere positivi e di non farsi sconfiggere dalle difficoltà.

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Elisabetta Colangelo

Giornalista italiana ed esperta di cinema, Tv e celeb, collaboratrice da oltre 20 anni dei più importanti gruppi editoriali italiani e internazionali scrive e ha scritto per Grazia, Vanity Fair, GQ, Donna Moderna, Glamour e molte altre testate.

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