Yale e il 25 aprile

Il fascismo dei “migliori” arriva nell’università di Yale negli Stati Uniti dove gli universitari “non ebrei” hanno formato una catena umana per ostacolare e impedire l’ingresso alle aule agli studenti ebrei, colpevoli di essere tali.

 “Via gli ebrei dalle nostre università!”, dove abbiamo già sentito queste schifezze? E quando? Con quali infami giustificazioni, come quella di colpire tutta una “razza” invece degli eventuali responsabili? Le colpe dei padri devono ricadere sui figli? E’ questa la formazione etica, giuridica, culturale degli studenti occidentali?

La risposta non sarebbe difficile: abbiamo saputo che ciò è avvenuto nei tempi e nelle terre di Hitler e Mussolini, ma anche nella Russia di Stalin e degli zar, e in quasi tutte le nazioni europee da secoli e millenni.

Siamo arrivati al 25 aprile 2024. Nelle nostre università le proteste per Hamas e contro gli israeliani, quelli massacrati dal nazifascismo, con sei milioni di morti di fame, freddo e stenti nei lager e nei forni creamatori, si sono svolte in nome della “Pace universale” di kantiana memoria.

Gli studenti de La Sapienza si sono infiammati per la pace, e hanno menato le mani per la pace. Risultato: 27 poliziotti e carabinieri feriti. Bel paradosso, per me.

Il 25 Aprile è targato dall’antisemitismo più sudicio, e questo “vizio assurdo” ci arriva anche dalle parti che rivendicano la guerra partigiana di Liberazione, quell’area politica che da quasi ottant’anni ha strappato il 25 aprile dalle mani di democristiani e liberali di Giustizia e Libertà, quella che già da anni, nei cortei di celebrazione, se la prende coi rappresentanti della Brigata ebraica, che fu parte della Liberazione (mentre il battaglione di SS musulmane che combatté sul fronte yugoslavo al fianco dei nazifascisti era al soldo del Gran Muftì di Gerusalemme).

Con quanto appare all’orizzonte ci sarebbe da formare cortei non più “unitari” per il 25 Aprile, ma ben separati, anzi radicalmente separati: da una parte i democratici reali e realisti; dall’altra i (pochi) postfascisti negazionisti, i quali potrebbero fare comunella coi crescenti nuovi negazionisti neo stalinisti, quelli che da decenni boicottano i prodotti israeliani. Gli antiisraeliani “democratici” però non osteggiano minimamente i prodotti russi, iraniani o cinesi attuali. Quelli che hanno rapito la definizione di “fascismo” rivendicandola come una clava per attaccare i propri avversari. Chi tra i giovani oggi sa che la Storia classifica sia il comunismo reale sia il fascismo come dittature e totalitarismi, coi loro lager e gulag, con la Siberia e il confino per gli antifascisti?

Papa Francesco, a Budapest, a poche centinaia di chilometri da Kiev, afferma “i confini non siano frontiere che separano ma zone di contatto”. Ottimo slogan anche se un poco populista, ma in pratica come lo applicherebbe? Perché l’invasione dell’Ucraina con la forza delle armi da parte russa forse è una violazione di frontiera in nome di una nuova “zona di contatto”? Cambiamo il nome delle cose ma se poi i fatti restano schifezze facciamo ridere i passeri.
E il golpe senza armi, fatto sempre da Vladimiro Putin in Georgia come lo classifichiamo?

Di Tibet e Iran a nessuno frega niente. Eppure Atena Farghadani è stata arrestata il 13 aprile scorso con l’accusa allucinante di aver stretto la mano al suo avvocato (era accusata di aver criticato la Guida Suprema Khamenei). Avendo stretto la mano dell’avvocato è stata incarcerata per “relazioni sessuali illegittime”, e poi sono seguite visite ginecologiche per verificare se Atena era ancora vergine. Niente da dire, ragazzi di Yale? Intanto il Padiglione di Israele alla Biennale di Venezia è chiuso, come ricorda su Il Foglio di venerdi19 aprile Giulio Meotti, perché la sua curatrice non lo aprirà fino al ritorno degli ostaggi rapiti da Hamas. Il punto è che attivisti e artisti della Biennale sono sfilati in corteo al grido di “Viva la Palestina!”, e non di “Viva Ateba Farghadani!”.

Torniamo all’università di Yale. Tra i commenti al post che avete visto nel link a inizio testo, ne ho visto alcuni interessanti. Uno ricorda -sarà vero?- che la democratica catena umana di Yale ricorda la Gioventù hitleriana. Nicole Tsai invece la mette giù così: “Perché le università americane non fermano gli studenti che protestano contro Israele e sfilano in favore di Hamas?” (organizzazione terrorista per l’Onu: in realtà anche in Italia sarebbe un reato sfilare esplicitamente per Hamas, n.d.r.). La risposta è: “Perché la Chinese Students and Scholars Association è molto attiva nelle università americane, e il partito comunista cinese dona circa 1,2 miliardi a istituti come Harvard, la Cornell e il MIT di Boston ogni anno!”

In questi giorni abbiamo saputo di alcune donazioni (che non condanniamo finché non saranno oggetto di controlli accurati) in favore di deputati del PD, da parte di strutture e fondazioni legate al finanziere George Soros, da tempo (fin troppo) criticato dal centrodestra. Devo dire che il mondo della scuola e università oggi è ancora più delicato e importante di quello politico. Chi se ne frega se un deputato farà leggi in una qualsivoglia direzione, se poi tutti i giovani dei licei e dell’università vengono abbeverati in maniera impropria? Se fossimo in una nazione liberaldemocratica e non in un ircocervo di mix totalitari e allettagonzi, i giovani avrebbero in maggioranza uno spirito critico, e in quanto tali non diventerebbero dei tifosi uligani di chi urla di più o di chi più unge la vanità e l’essere banali.

Può nascere un pensiero libero in un sistema ottuso?

Per fortuna siamo liberi, ma i nostri orientamenti e le nostre idee, sono insidiati ogni giorno, ogni ora e ogni minuto. Per il 25 aprile quindi si pensi a questi temi e si eviti il ritorno nostalgico e farsesco a incubi ambidestri, sinistri e maldestri.

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Paolo Della Sala

Paolo Della Sala è uno scrittore e musicista che trova ispirazione nella musica mentre lavora ai suoi articoli e racconti. Ha collaborato con Gianni Celati e ha ricevuto influenze da figure come Paolo Fabbri, Carlo e Natalia Ginzburg e Umberto Eco. Attualmente, scrive per diverse testate, tra cui Il Settimanale, Reputation Review e L’Opinione, concentrandosi su geopolitica e cultura. Ha esperienza anche con Il Secolo XIX, Rai Radio Tre e altre testate. Ha pubblicato "Alice Disambientata" con Gianni Celati e curato l'archivio di Gianni Rodari. Nel cinema e nella TV, ha lavorato come promoter per Portofino Film Commission e come aiuto regista in videomusica e pubblicità, oltre ad essere stato interprete-musicista per La Chambre des Dames.

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