Umberto Mucci - La Reputazione dei nostri fratelli in America

Umberto Mucci – La Reputazione dei nostri fratelli in America

La cosa più curiosa che viene in mente quando parlo della reputazione degli italoamericani è la reazione che hanno coloro che come me vivono in Italia. Partendo dal presupposto che gli italoamericani sono italiani a tutti gli effetti, con DNA italiano, ma sottoposti all’esperimento sociologico di essere cresciuti in un ambiente come quello americano, abbastanza diverso da quello italiano, noto sempre reazioni incredule quando spiego qui in Italia che negli Stati Uniti una delle caratteristiche della reputazione degli italoamericani è quella di essere dei grandi lavoratori, sia per il loro talento, sia per l’attitudine a lavorare duramente e senza lamentarsi. 

Chi vive in Italia tende invece, e a volte non a torto, a considerare il suo connazionale medio non esattamente come qualcuno che lavora duramente. È il cambio di ambiente in cui si è cresciuti a fare la differenza.

In realtà, questo è solo uno degli aspetti che descrivono la reputazione degli italoamericani. Arrivati con enormi difficoltà negli States, discriminati per la loro bassa educazione, perché non parlavano la lingua inglese, perché avevano abitudini decisamente diverse e la loro fede era legata a un’altra religione, gli italoamericani hanno tenuto giù la testa, lavorato duramente, sacrificato le loro vite per regalare un futuro migliore, integrato nella società americana, ai loro figli. Non avevano tempo, voglia o possibilità di combattere gli stereotipi che grandemente esageravano alcune abitudini criminali che pochi di loro – una percentuale bassissima rispetto alla grande emigrazione di massa italiana in America – vollero portare avanti. Per cui, in una società molto dura con gli ultimi, finì che uno zero virgola per cento di italiani che scelsero di dedicarsi al crimine organizzato divennero per i mainstream media i rappresentanti di milioni di bravissime persone, trascinando questi ultimi nella loro malavita, e permettendo che la loro reputazione venisse massacrata ingiustamente e impunemente. 

In realtà, invece, gli italoamericani rappresentavano e rappresentano in pieno quell’American dream di cui tanto si narrava e si narra senza mai citarli. Partiti dal nulla, iniziarono a guadagnarsi – uno per uno, personalmente, non come gruppo etnico, visto che non erano organizzati a dovere – la fiducia e la stima di molti americani, che ne ammiravano quelle doti provenienti appunto dal DNA italiano. Diedero ai loro figli la possibilità di studiare, e una società dura – ma disponibile a dare una possibilità – li valorizzò, facendo da additivo a un talento e a una caparbietà che era appunto la metafora dell’American dream. Contribuirono tantissimo all’America e alla sua società, alla sua economia, alla sua cultura, al suo sport, alla sua industria, in generale al suo successo. Ma senza un movimento che potesse e volesse combattere gli stereotipi, la loro reputazione in quanto gruppo etnico non migliorò mai, complice anche una letteratura prima fatta di libri e poi di film e infine di telefilm in cui erano proprio alcuni italoamericani, grandissimi talenti nella scrittura, nella regia e nella recitazione, a confermare le storie di mafia e di criminalità che tanto danno fecero e ancora fanno alla comunità italoamericana

L’ultimo colpo alla reputazione italoamericana fu dato da alcuni reality show che negli anni ’90 diedero una versione della gioventù italoamericana, con la pretesa di verità di un reality che è ben peggiore di quella di una fiction, fatta di buffoni e bimbette cafoni, ignoranti e scollacciate, mentre i ragazzi italoamericani vincevano concorsi, macinavano idee, guadagnavano borse di studio, salivano a due a due i gradini della scala sociale, economica e culturale americana, e dimostravano il genio che derivava loro dal DNA tricolore.

Così, la storia della reputazione degli italoamericani, dai primi anni del secolo scorso fino a oggi – in tempi di politicamente corretto cche sembrano tutelare in America (spesso eccessivamente) chiunque tranne gli italoamericani, verso i quali ancora oggi sembra che per alcuni il rispetto non sia dovuto – è la storia di quanto sia importante la reputazione. È la storia di quanto la tutela dell’immagine sia necessaria e debba essere accompagnata al rispetto verso gli altri e al lavoro duro, qualità che hanno sempre contraddistinto gli italoamericani, e di come persino una società come quella americana, sempre attenta a generare nuovi trend e a influenzare ciò che poi avverrà nel resto del mondo, necessiti una costante, efficace, rispettosa ma assertiva attività di rappresentanza dei diritti e degli interessi di un gruppo di persone, chiunque esse siano. Ne sono un esempio le vicende che stanno accompagnando in questi anni gli attacchi a Cristoforo Colombo, scelto dalla stragrande maggioranza degli italoamericani come loro simbolo, e oggi oggetto di una vile campagna di falsità e menzogne irrispettosa della storia, della verità e dell’orgoglio di una comunità di 20 milioni di persone che qui in Italia dovremmo cominciare finalmente a considerare come nostri fratelli e connazionali a tutti gli effetti.

C’è stato un altro momento topico in cui gli italoamericani hanno dimostrato quanto la loro reputazione necessiterebbe e meriterebbe un grande miglioramento. Fu dopo Pearl Harbor, il 7 dicembre del 1941. Dal giorno dopo, Stati Uniti e Italia furono in guerra, visto che quest’ultima era alleata col Giappone. Gli italoamericani furono allora spesso trattati da nemici, visti con sospetto, ammoniti di non parlare la lingua italiana. Alcuni furono costretti ad “americanizzare” il loro cognome rinunciando alla vocale finale, altri sulle due coste furono allontanati dalle loro case perché sospettati di essere quinte colonne di un Paese diventato nemico dall’oggi al domani. A tutti fu chiesto di scegliere tra l’Italia e l’America. Quasi tutti scelsero l’America e poi si arruolarono con la percentuale più alta di qualsiasi altro gruppo etnico nelle forze armate americane e chiesero di essere mandati a liberare il Paese al quale con questa scelta avevano dovuto rinunciare. E lo salvarono, e in tanti sacrificarono la loro vita per farlo. Sia la storia del loro internamento in campi lontani dalle loro famiglie che quella dell’arruolamento in massa nelle forze armate americane sono ignote alla grande maggioranza degli americani e praticamente a tutti gli italiani, e invece sono storie che dovrebbero essere narrate per contribuire a migliorare la conoscenza, e quindi la reputazione, di questa grande comunità di persone innamorate del nostro Paese e orgogliose di averlo nel cuore e nelle loro radici.

Gli italoamericani hanno contribuito in maniera positiva e per niente banale agli aspetti più vincenti della reputazione degli Stati Uniti, ma in nessun modo alla creazione degli aspetti più negativi della stessa. Sono essi stessi un risultato vincente, quello di quell’esperimento sociologico menzionato più sopra che ha visto sposare insieme le caratteristiche italiane con quelle americane: un matrimonio che dà vita a una tempesta perfetta fatta di successo ed orgoglio, talento e genialità, concretezza e caparbietà. Quando il sottoscritto sostiene che l’Italia ha bisogno di più America e l’America ha bisogno di più Italia rispetta chi non la pensa così, ma chiama a testimoni della bontà della propria tesi 20 milioni di italoamericani che dimostrano quanto sia efficace l’unione tra questi due Paesi. Anche su questo, soprattutto su questo, ci sarebbe un grande lavoro da fare sulla reputazione di questi 20 milioni di nostri fratelli, un lavoro del quale beneficerebbero senza dubbio loro ma anche noi italiani che viviamo in Italia.

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